Note  1  .  Dalla  rinascita della filosofia alla  filosofia  della
Rinascita.

(1).  L'espressione,  anche se sotto la forma  di  "Rinascita"  (in
francese Renaissance), circola gi a partire dal sedicesimo secolo;
si afferma in seguito a pubblicazioni di opere quali il nono volume
della  Histoire de France di J. Michelet, intitolato La Renaissance
(1855),  il  libro di G. Voigt, Die Wiederbelegung des  klassischen
Altertums  ("La rinascita dell'antichit classica"),  del  1859  e,
soprattutto,  la  grande  opera di J. Burckhardt,  Die  Kultur  der
Renaissance  in Italien ("La cultura del Rinascimento in  Italia"),
del 1860. Confronta E. Garin, La cultura del Rinascimento, Laterza,
Bari, 1967, pagina 5.

(2). Francesco Petrarca scrive: "Anime belle e di virtute amiche  /
Terranno il mondo: e poi vedrem lui farsi / Aureo tutto e  pien  de
l'opre antiche" (Sonetto trentasettesimo, versi 13-14).

(3).  Confronta  E.  Garin,  La cultura del  Rinascimento,  citato,
pagina 14.

(4). Confronta ivi, pagina 16.

(5).  Vedi volume primo, capitolo Undici, 5, pagine 243-244 e  246-
249.

(6).  Maso Finiguerra (1426-1464), orafo e incisore fiorentino,  fu
collaboratore del Ghiberti.

(7).  Confronta M. Adriani, Firenze umanistica fuori scala,  in  A.
Conci, V. Dini, F. Magnelli (a cura di), L'arte al potere. Universi
simbolici  e  reali nelle terre di Firenze al tempo di  Lorenzo  il
magnifico, Editrice Compositori, Bologna, 1992.

(8).  Confronta  E.  Garin,  La cultura del  Rinascimento,  citato,
pagina 31.

(9). Giovanni, 12, 48.

(10). Vedi volume primo, capitolo Undici, 4, pagina 230.

(11).  Confronta  G.  Vasari, Le vite dei pi  eccellenti  pittori,
scultori et architettori, Newton Compton, Roma, 1993 2, pagine 108-
109.

(12). Vedi volume primo, capitolo Sette, 1, pagine 154-155.

(13).   Eugenio  Garin  ha  individuato  nello  spirito  filologico
l'essenza    della   filosofia   umanistica:   "quell'atteggiamento
"filologico" [...] costituisce appunto la nuova "filosofia",  ossia
il  nuovo metodo di prospettarsi i problemi, che non va considerato
quindi,  come  taluno  crede, accanto alla filosofia  tradizionale,
come un aspetto secondario della cultura rinascimentale, ma proprio
effettivo  filosofare"  (E. Garin, L'umanesimo  italiano,  Laterza,
Bari, 1964, pagina 11).

(14). Vedi volume primo, capitolo Quattro, 2, pagina68.

(15).  Questa prassi  riportata in E. Richer, Histoire  de  France
(888-995),  R.  Latouche, Paris, 1930-37, secondo, pagine  224-231.
Confronta E. Garin, L'umanesimo italiano, citato, pagina 20.

(16).  L. Valla, De falso credita et ementita Constantini donatione
("Della donazione di Costantino falsamente creduta e smentita").

(17).  N  il  Valla n gli storici e i filologi  successivi  hanno
stabilito   una  datazione  certa  del  documento:  l'ipotesi   pi
accreditata  che risalga all'epoca di Pipino il Breve o  di  Carlo
Magno.

(18).  Le  epistole a Pitocle, a Erodoto e a Meneceo e  le  Massime
capitali. Vedi volume primo, capitolo Sette, 3, pagine 158-169.

(19).  Pubblicata  nel  1431 e rielaborata successivamente  in  tre
libri dal titolo De vero falsoque bono ("Sul vero e falso bene").

(20). Confronta E. Garin, L'umanesimo italiano, citato, pagina 63.

(21).   Nato   a  Costantinopoli  nel  1355,  aveva   fondato   nel
Peloponneso, vicino a Sparta, una scuola filosofica di  ispirazione
platonica. Giunto a Firenze entr in amicizia con Cosimo il Vecchio
e,  per  promuovere la conoscenza del pensiero platonico in Italia,
gli  sugger  di ricostituire a Firenze l'Accademia  platonica.  Il
Concilio  di Firenze si concluse con un decreto, rimasto del  tutto
disatteso,  di riunificazione tra la Chiesa d'Oriente e  la  Chiesa
d'Occidente, e con il riconoscimento del primato del papa di  Roma.
Il  patriarca  di Costantinopoli Giuseppe mor prima della  stesura
del documento finale, ed  sepolto a Firenze, nella chiesa di Santa
Maria Novella. Venti anni dopo il Concilio, Cosimo de' Medici  fece
affrescare  la  cappella del suo palazzo in via Larga  dal  pittore
Benozzo Gozzoli con raffigurazioni del Concilio.

(22).  Nella  dedica a Lorenzo de' Medici della sua  traduzione  in
latino  di Plotino. Nel prologo al De vita (1489), inoltre, afferma
di  avere  avuto due padri: "il medico Ficino e Cosimo  de'  Medici
(Ficinum medicum, Cosimum Medicem). Dal primo sono nato, grazie  al
secondo  sono  rinato.  Il  primo mi  affid  a  Galeno,  medico  e
platonico, il secondo mi consacr al divino Platone". Confronta  E.
Garin, L'umanesimo italiano, citato, pagina 106.

(23).  Con  Corpus Hermeticum si designa una vasta serie di  opere,
frutto  del  lavoro di autori greci rimasti sconosciuti e  operanti
nei  primi  secoli  dell'era cristiana.  I  termini  "ermetico"  ed
"ermetismo"  derivano  dall'attribuzione di  quegli  scritti  a  un
mitico  Ermete  Trismegisto ("tre volte grande"). I testi  ermetici
possono essere suddivisi in due gruppi: una serie di trattati e  di
formule  di contenuto magico, alchemico, astrologico e occultistico
in  genere,  e  una  serie  di scritti di natura  pi  strettamente
filosofica e religiosa. La leggenda faceva risalire il contenuto di
questi  testi  all'antica  sapienza  egizia.  Solo  all'inizio  del
diciassettesimo  secolo una attenta analisi testuale  stabilir  la
datazione delle opere ermetiche come scritte a partire dal  secondo
secolo  dopo  Cristo Tema centrale della filosofia  ermetica    il
rapporto  dell'uomo  con Dio e il riconoscimento dell'impossibilit
per l'intelletto umano di conoscere la divinit.

(24). Theologia platonica de immortalitate animorum, pubblicata nel
1482,   l'opera in cui il Ficino espone nella maniera pi compiuta
la propria concezione filosofica.

(25). Vedi volume primo, capitolo Undici, 2, pagine 217-220.

(26). Zoroastro (o Zarathustra)  un profeta persiano, vissuto  tra
il  1000 e il 600 avanti Cristo, fondatore di una religione che  da
lui prende il nome di zoroastrismo.

(27). Vedi volume primo, capitolo Dieci, pagine 205-211.

(28).  M.  Ficino, Teologia platonica, Zanichelli,  Bologna,  1965,
pagina 79.

(29). Ibidem.

(30). Vedi volume primo, capitolo Cinque, 6, pagine 95-96.

(31). Vedi nota 23.

(32). Confronta E. Garin, L'umanesimo italiano, citato, pagine  74-
75.

(33).  L.  B. Alberti, De iciarchia ("Dialogo sull'uomo  modello"),
citato da E. Garin, L'umanesimo italiano, citato, pagina 75.

(34).  "L'uomo nacque non per atristarsi in ozio, ma per adoperarsi
in cose magnifiche et ample, colle quali e' possa piacere e onorare
Iddio  in  prima,  et per avere in se stesso come uso  di  perfecta
virt, cos fructo di felicit" (L. B. Alberti, Della Famiglia).

(35).  L'Alberti  scrive  queste  parole  nella  dedica  a  Filippo
Brunelleschi (1377-1446) dei suoi libri Della Pittura. Confronta E.
Garin, La cultura del Rinascimento, citato, pagine 174-175.

(36).  "Scorgo  molti  che  per  loro  stultitia  scorsi  ne'  casi
sinistri,  biasimarsi della fortuna, e dolersi d'essere agitati  da
quelle  fluctuosissime  sue  onde, nelle  quali  stolti  se  stessi
precipitarono" (L. B. Alberti, Della famiglia, proemio,  citato  da
E. Garin, L'umanesimo italiano, citato, pagina 76).

(37).  "So  bene  che,  per  non essere io  letterato,  che  alcuno
presuntuoso   gli  parr  ragionevolmente  potermi  biasimare   con
l'allegare io essere omo sanza lettere" (Proemio 6, in Leonardo  da
Vinci, Scritti letterari, Rizzoli, Milano, 1991 4, pagina 148).

(38).  Confronta A. Marinoni, Arte e scienza in Leonardo da  Vinci,
in Leonardo da Vinci, Scritti letterari, citato, pagina 14.

(39). Confronta Contro il negromante e l'alchimista, in Leonardo da
Vinci, Scritti letterari, citato, pagine 161-168.

(40). "Le cose mentali che non son passate per il senso, son vane e
nulla  verit  partoriscono se non dannosa, e perch  tal  discorsi
nascon da povert d'ingegno, poveri son sempre tali discorsi, e  se
saran  nati ricchi, e' moriran poveri nella lor vecchiezza,  perch
pare  che la natura si vendichi con quelli che volino far miraculi"
(ivi,  pagina  168).  Nonostante  questa  grande  attenzione   alla
verifica  dei  sensi, anche Leonardo cade vittima del principio  di
auctoritas,  che  continua  a operare nel  Rinascimento  e  in  Et
moderna:  alcuni  dei  disegni anatomici,  frutto  di  una  attenta
osservazione diretta, presentano particolari di organi interni  del
tutto  inesistenti  nel  corpo  umano,  ma  la  cui  esistenza  era
documentata da testi antichi o medievali. Ad esempio, in un disegno
del  sistema  vascolare,  eseguito alla  fine  del  1400,  Leonardo
riproduce i vasi secondo la descrizione di Galeno; sempre a  Galeno
e ad Avicenna si deve la convinzione che la vena cava attraversi il
cuore  diramandosi al ventricolo destro privo di atrio,  e  cos  
riprodotta da Leonardo in una anatomia femminile del primo decennio
del  1500.  Confronta  K.  Keele, Leonardo  da  Vinci  studioso  di
anatomia,  in Leonardo da Vinci, Disegni anatomici della Biblioteca
Reale di Windsor, Giunti Barbera, Firenze, 1979.

(41).  "L'uomo    detto da li antiqui mondo  minore,  e  certo  la
dizione   bene collocata" (confronta Codice A, f. 55 v.); Leonardo
propone  un  parallelismo preciso: la roccia    lo  scheletro  del
mondo;  il  terriccio ne  la carne; l'acqua  il sangue circolante
tra  il cuore, costituito dall'oceano, e le vene, che sono i fiumi;
"il caldo dell'anima del mondo  il foco ch' infuso per la terra".
Anche quando appare inerte essa  viva e cresce continuamente su di
s  (confronta Codice dell'Anatomia, fogli B, f. 28 v.).  Confronta
A. Marinoni, opera citata, pagina 25.

(42). I disegni anatomici di Leonardo si trovano alla Royal Library
di  Windsor.  Confronta Leonardo da Vinci, Disegni anatomici  della
Biblioteca Reale di Windsor, citato

(43).  Queste  posizioni sono sostenute da  Leonardo  nel  Trattato
della  pittura,  parte prima, nn. 5, 6, 8. Confronta  A.  Marinoni,
opera citata, pagine 22-23.

(44).   "Avvenga  che  gli  occhi  avevano  que'  lustri  e  quelle
acquitrine, che di continuo si veggono nel vivo; et intorno ad essi
erano  tutti  que'  rossigni  lividi  et  i  peli,  che  non  senza
grandissima  sottigliezza si possono fare.  Le  ciglia  per  avervi
fatto il modo del nascere i peli nella carne, dove pi folti e dove
pi  radi, e girare secondo i pori della carne, non potevano essere
pi  naturali. Il naso, con tutte quelle belle aperture rossette  e
tenere,  si vedeva essere vivo. La bocca, con quella sua sfenditura
con  le sue fini unite dal rosso della bocca con l'incarnazione del
viso,  che  non colori, ma carne pareva veramente. Nella fontanella
della  gola,  chi intensissimamente la guardava, vedeva  battere  i
polsi:  e  nel  vero  si pu dire che questa  fussi  dipinta  d'una
maniera da far tremare e temere ogni gagliardo artefice e sia  qual
si vuole" (G. Vasari, opera citata, pagina 564).

(45).  In  questa opera in quattro libri l'Alberti  codifica  tutti
problemi della vita familiare: la scelta della moglie, l'educazione
dei figli, le relazioni sociali, la gestione patrimoniale.

(46).  Ad esempio, sul tema cruciale della fortuna si pu ricordare
il  De fato, fortuna et casu (1396-1399) di Coluccio Salutati  e  i
quattro  libri  del  De  varietate fortunae (1431-1438)  di  Poggio
Bracciolini.

(47). Vedi volume primo, capitolo Undici, 2, pagina 219.

(48).  "La deit che ha la scienza del pittore fa che la mente  del
pittore  si trasmuta in una similitudine di mente divina" (Leonardo
da Vinci, Trattato della pittura, parte secondo, n. 65).

(49). Sull'idea di progresso vedi capitolo Due.

(50). Vedi volume primo, capitolo Nove, 3, pagine 201-202.

(51).  "Venuta  la  sera,  mi ritorno in  casa  ed  entro  nel  mio
scrittoio;  e  in su l'uscio mi spoglio di quella veste  cotidiana,
piena  di  fango e di loto, e mi metto i panni reali e  curiali,  e
rivestito condecentemente, entro nelle antiche corti degli  antiqui
uomini,  dove,  da loro ricevuto amorevolmente, mi  pasco  di  quel
cibo,  che  solum  mio, e che io nacqui per lui; dove  io  non  mi
vergogno  parlare  con loro e domandarli della ragione  delle  loro
azioni;  e  quelli per loro umanit mi rispondono; e non sento  per
quattro ore di tempo alcuna noia: sdimentico ogni affanno, non temo
la  povert,  non mi sbigottisce la morte: tutto mi trasferisco  in
loro"  (N.  Machiavelli, Lettera a Francesco Vettori,  10  dicembre
1513).

(52). Confronta R. Ramat, Niccol Machiavelli, antologia e discorso
storico, Glaux, Napoli, 1961, pagina 127.

(53).   Analizzando   le   vicende  della   storia   contemporanea,
Machiavelli  individua gli errori per cui il re di  Francia,  Luigi
dodicesimo,  ha  perduto la Lombardia e conclude:  "N    miracolo
alcuno  questo,  ma molto ordinario e ragionevole"  (N.Machiavelli,
Principe, terzo, 14).

(54).  "Perch  degli uomini si pu dire questo  generalmente:  che
sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori  de'
pericoli  e cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono  tutti
tua,  fferonti  il sangue, la roba, la vita, e figlioli,  come  di
sopra dissi, quando il bisogno  discosto; ma quando ti si appressa
e'  si rivoltano" (Principe, diciassettesimo). "E' necessario [...]
presupporre tutti gli uomini rei, e che li abbiano sempre  a  usare
la  malignit  dello animo loro qualunque volta ne  abbiano  libera
occasione. [...] gli uomini non operano mai nulla bene se  non  per
necessit"  (N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca  di  Tito
Livio, primo, 3).

(55). Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, primo, 11.

(56).  Con  questo  titolo l'opera fu scritta nel  1513  (confronta
Lettera  a  Francesco  Vettori,  citato:  "ho  [...]  composto  uno
opuscolo De principatibus"); il titolo italiano Il Principe compare
al momento della pubblicazione a stampa nel 1532.

(57). Esemplare di questo tipo di produzione  il De principe liber
di Giovanni Pontano (1468), nel quale l'autore "afferma che i gesti
di  un principe, il suo modo di parlare, il tono della voce e anche
il  suo abbigliamento e il contegno ai banchetti, insomma tutto  il
suo  atteggiamento  esteriore deve essere  regolato  esattamente  e
dettagliatamente; e che pertanto il rispetto accordato al  principe
  determinato dal suo aspetto e dal suo comportamento,  talch  il
signore  deve elevarsi al di opra dei suoi sudditi merc la stretta
osservanza di un elaborato cerimoniale" (F. Gilbert, Machiavelli  e
il suo tempo, Il Mulino, Bologna, 1977).

(58).  "Ma  essendo  l'intento mio scrivere cosa  utile  a  chi  la
intende,  mi    parso pi conveniente andare  drieto  alla  verit
effettuale  della cosa che alla immaginazione di essa. E  molti  si
sono  immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti
n  conosciuti essere in vero; perch egli  tanto discosto da come
si vive a come si dovrebbe vivere" (Principe, quindicesimo).

(59).  "Lasciando,  adunque, indietro le  cose  circa  un  principe
imaginate,  e discorrendo quelle che sono vere, dico che  tutti  li
uomini, quando se ne parla, e massime i principi, per essere  posti
pi alti, sono notati di alcune di queste qualit che arrecano loro
o  biasimo  o  laude" (ibidem); ("sono notati di"  significa  "sono
giudicati  secondo"; "si qualificano per"). Machiavelli  fa  quindi
seguire  un  lungo elenco delle "qualit" umane: "Alcuno    tenuto
liberale,  alcuno  misero [...]; alcuno  tenuto  donatore,  alcuno
rapace;  alcuno  crudele, alcuno pietoso; l'uno fedifrago,  l'altro
fedele;  l'uno effeminato e pusillanime, l'altro feroce e  animoso;
l'uno umano, l'altro superbo; ; l'uno lascivo, l'altro casto; l'uno
intero  [schietto e sincero], l'altro astuto; l'uno  duro,  l'altro
facile   [arrendevole];  l'uno  grave,  l'altro   leggieri;   l'uno
religioso,  l'altro  incredulo, e simili"  (ibidem).  Nello  stesso
capitolo  Machiavelli  fa derivare le norme  di  comportamento  del
principe da considerazioni generali sulla natura dell'uomo: "Perch
un  uomo,  che voglia fare in tutte le parte professione  di  buono
[...]. Onde  necessario a uno principe".

(60). Confronta Principe, sesto.

(61).  Antonio  Gramsci, quando riflette sulla situazione  politica
del  ventesimo  secolo  partendo  dalla  lettura  del  Machiavelli,
sostiene che il "moderno principe [...] non pu essere una  persona
reale,  un  individuo concreto; pu essere solo  un  organismo;  un
elemento  di  societ  complesso nel  quale  gi  abbia  inizio  il
concretarsi  di una volont collettiva riconosciuta  e  affermatasi
parzialmente  nell'azione.  Questo  organismo    gi  dato   dallo
sviluppo storico ed  il partito politico: la prima cellula in  cui
si  riassumono  dei  germi  di volont  collettiva  che  tendono  a
divenire universali e totali" (A. Gramsci, Noterelle sulla politica
del  Machiavelli, in Note sul Machiavelli, sulla politica  e  sullo
stato moderno, Einaudi, Torino, 1949, pagina 5).

(62).  L'aggettivo effettuale, coniato dal Machiavelli,  deriva  da
"effetto", cio "risultato di una azione", "fatto".

(63). Il cristianesimo, sostiene il Machiavelli, a differenza delle
antiche  religioni  educa  e spinge alla  passivit  piuttosto  che
all'azione:  "La  religione nostra ha glorificato  pi  gli  uomini
umili e contemplativi, che gli attivi. Ha dipoi posto il Sommo Bene
nell'umilt,  nell'abiezione, e nel  dispregio  delle  cose  umane;
quell'altra  [la  religione  antica]  lo  poneva  nella   grandezza
dell'animo, nella fortezza del corpo, e in tutte le altre cose atte
a fare gli uomini fortissimi. E se la religione nostra richiede che
abbia in te fortezza, vuole che tu sia atto a patire pi che a fare
una  cosa  forte"  (Discorsi sopra la prima  Deca  di  Tito  Livio,
secondo, 2).

(64).  "Perch  egli  tanto discosto da come si  vive  a  come  si
dovrebbe vivere" (Principe, quindicesimo).

(65).   "Perch  un  uomo,  che  voglia  fare  in  tutte  le  parte
professione  di  buono, conviene ruini infra  tanti  che  non  sono
buoni" (ibidem).

(66).  "Debbe  ancora uno principe mostrarsi amatore  delle  virt,
dando recapito alli uomini virtuosi e onorando li eccellenti in una
arte. Appresso debbe animare li sua cittadini di potere quietamente
esercitare li esercizi loro, e nella mercanzia e nella agricoltura,
e in ogni altro esercizio delli uomini, [...] debbe preparare premi
a  qualunque pensa in qualunque modo ampliare la sua citt o il suo
stato.  Debbe,  oltre  a  questo, ne' tempi convenienti  dell'anno,
tenere  occupati  e  populi con le feste e  spettaculi"  (Principe,
ventunesimo). Precedentemente il Machiavelli aveva affermato che  
fondamentale  per  un  principe l'amicizia del popolo:  "Concluder
solo  che  a  un  principe   necessario  avere  il  popolo  amico:
altrimenti non ha nelle avversit rimedio" (ivi, nono).

(67).  "Se  si considerr bene tutto, si trover qualche  cosa  che
parr virt, e seguendola sarebbe la sua ruina, e qualche altra che
parr  vizio,  e seguendola ne riesce la securt e il  bene  essere
suo" (Principe, quindicesimo).

(68).   All'inizio  del  capitolo  diciassettesimo   del   Principe
Machiavelli  illustra questo concetto con due esempi:  da  un  lato
Cesare  Borgia,  ritenuto crudele, ma che  fu  capace  di  unire  e
pacificare  la  Romagna;  dall'altro  i  fiorentini  che,  per  non
apparire   crudeli,   lasciarono  che  Pistoia,   alla   fine   del
Quattrocento,   fosse   rovinata  dalle   lotte   intestine   senza
intervenire  contro le fazioni in lotta. La crudelt  del  principe
colpisce  pochi  individui e garantisce pace e tranquillit  a  una
"universalit  intera";  la troppa clemenza,  favorendo  disordini,
uccisioni e rapine, reca danno a tutti.

(69). Il verso 495 dell'Asinaria di Plauto, "Lupus est homo homini,
non  homo"  ["L'uomo  un lupo, non un uomo, per l'altro uomo"],  
diventato  proverbiale e sar ripreso da Th. Hobbes (vedi  capitolo
Sette)  per  indicare la condizione umana al di fuori dello  stato.
Pur  non  facendo riferimento esplicito ad esso, questo concetto  
costantemente presente nella visione machiavelliana dell'umanit.

(70).   Machiavelli   sviluppa   questo   concetto   nel   capitolo
diciottesimo  del  Principe. Ricorda che molti eroi  dell'antichit
mitica,  fra  i  quali  Achille, ebbero come  maestro  il  centauro
Chirone:  "Il  che non vuole dire altro, avere per  precettore  uno
mezzo  bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a un principe sapere
usare  l'una  e  l'altra  natura:  e  l'una  senza  l'altra  non  
durabile".  Nel  ricorrere alla natura della bestia,  poi,  bisogna
usare  le  qualit  della volpe e del leone, cio  l'astuzia  e  la
forza.

(71). Vedi volume primo, capitolo Cinque, 5, pagina 91.

(72). E' forse il caso di ricordare ancora una volta il significato
che  potevano assumere opere come la Cupola del Brunelleschi,  alla
cui   realizzazione  sembravano  opporsi  il  senso  comune  e   la
conoscenza che allora si aveva delle leggi naturali.

(73). "E non mi  incognito come molti hanno avuto e hanno opinione
che  le cose del mondo siano in modo governate dalla fortuna  e  da
Dio,  che  gli uomini con la prudenza loro non possano correggerle,
anzi  non  vi  abbiano  rimedio alcuno;  e  per  questo  potrebbero
giudicare che non fosse da insudare [affaticarsi] molto nelle cose,
ma  lasciarsi governare alla sorte" (Principe, venticinquesimo). Si
pensi  che  Machiavelli  contemporaneo di  Lutero  e  di  Calvino,
sostenitori  della  predestinazione (vedi  volume  primo,  capitolo
Undici, 6, pagina 250).

(74).  "Non  di  manco, perch il nostro libero  arbitrio  non  sia
spento, giudico poter essere vero che la fortuna sia arbitra  della
met  delle  nostre  azioni, ma che ancora lei ne  lasci  governare
l'altra met, o presso, a noi" (Principe, venticinquesimo).

(75).  Principe, venticinquesimo. Un'altra immagine, molto efficace
per  definire il rapporto tra virt e fortuna e che ci mostra anche
la  considerazione  che  ai tempi del Machiavelli  si  aveva  della
natura  della  donna,  si trova in chiusura dello  stesso  capitolo
venticinquesimo:  "Concludo adunque che,  variando  la  fortuna,  e
stando  gli  uomini  ne'  loro modi ostinati,  sono  felici  mentre
concordano  insieme, e come discordano, infelici. Io  giudico  bene
questo,  che sia meglio essere impetuoso che rispettivo, perch  la
fortuna   donna, ed  necessario, volendola tenere sotto, batterla
e urtarla. E si vede che la si lascia pi vincere da questi, che da
quelli  che  freddamente procedono. E per sempre,  come  donna,  
amica  de'  giovani, perch sono meno rispettivi [rispettosi],  pi
feroci [impetuosi], e con pi audacia la comandano".

(76). Principe, sesto.

(77). Dal greco ou ("non") e tpos ("luogo").

(78). Vedi volume primo, capitolo Cinque, 12, pagina 108.

(79).  Confronta N. Machiavelli, Principe, ventiseiesimo: "A ognuno
puzza questo barbaro dominio".

(80).  Sono  esentati dal lavoro quanti hanno ottenuto "licenza  di
attendere  per sempre agli studi" e i sifogranti, cio  i  duecento
magistrati eletti dal popolo, che restano in carica per un  anno  e
hanno  il  compito  di  eleggere il  principe  scelto  tra  quattro
candidati  proposti  dallo  stesso popolo.  Anch'essi,  "quantunque
liberi  per legge dal lavoro, non vi si sottraggono, per poter  col
loro  esempio pi facilmente piegar gli altri al lavoro" (T.  Moro,
L'Utopia  o  la miglior forma di repubblica, Laterza,  Bari,  1971,
pagina 85).

(81).  La  giornata  degli abitanti di Utopia   regolamentata  con
grande precisione: delle 24 ore della giornata, 6 sono dedicate  al
lavoro  (3  al  mattino  e  3 nel pomeriggio),  2  sono  di  riposo
pomeridiano  e  8  di  sonno;  il tempo  restante,  oltre  che  per
consumare i pasti, " lasciato al piacere di ognuno, non gi perch
lo  sciupi in lascivie o nell'infingardaggine, ma perch  quanto  
libero  da lavoro manuale lo spenda bene, secondo i suoi gusti,  in
qualche  occupazione  prediletta.  Questi  intervalli  i   pi   li
impiegano  in  studi letterari; c' l'uso infatti  di  tenere  ogni
giorno lezioni pubbliche, prima di far giorno, cui sono costretti a
intervenire soltanto quelli espressamente prescelti per gli  studi;
ma  vi  affluiscono uomini e insieme donne di ogni  condizione,  in
gran  folla,  a  udire  questa e quella lezione,  secondo  le  loro
inclinazioni" (ivi, pagine 80-81).

(82). Confronta ibidem.

(83).  E'  dal  bisogno  e dalla miseria, infatti,  che  nascono  i
disordini  e  i  tumulti, contro i quali a nulla valgono  anche  le
leggi pi repressive.

(84).  "I  principi  di  questa repubblica han  di  mira  anzitutto
l'ideale  di  richiamar  tutti  i cittadini,  quanto  pi  tempo  
possibile,  per  quel che consentano le necessit pubbliche,  dalla
servit  del  corpo alla libert dello spirito e della cultura.  In
ci  infatti consiste, secondo loro, la felicit della vita"  (ivi,
pagina 86).

(85).   Erasmo  rivendica  l'importanza  di  questa  sua   attivit
filologica  in  una lettera del 1517: "Non sono stato  forse  io  a
restituirvi   san   Girolamo   miseramente   corrotto?   a    darvi
sant'Ambrogio  molto pi corretto di prima? a offrirvi  sant'Ilario
purificato con infinita fatica? e non ho forse restituito alla luce
Ireneo  e  Arnobio?  e  non  vi ho forse  donato  tante  pagine  di
Crisostomo e di Atanasio? Infine, non sono stato forse io a ridare,
restaurare,  illustrare la sorgente prima  di  tutta  la  filosofia
cristiana,  e cio il Nuovo Testamento?" (in E. Garin,  La  cultura
del Rinascimento, citato, pagina 119).

(86).  "Bonas  litteras,  ante  propemodum  paganas,  docui  sonare
Christum"  ("Ho  indicato alla letteratura, prima quasi  del  tutto
pagana, la via per glorificare Cristo") (ibidem).

(87).  "Viros  in  quibus reducet sincera pietas, etiam  si  velim,
odisse non possum"  (ibidem).

(88).  Si  tratta dei capitoli 53 e 54. Per le citazioni da  questa
opera  ci riferiamo a: Erasmo da Rotterdam, Elogio della pazzia,  a
cura  di  T.  Fiore,  con  introduzione di D.  Cantimori,  Einaudi,
Torino, 1980 7.

(89). Ivi, pagina 91.

(90). Ivi, pagine 99-100.

(91).   Lettera  al  riformatore  svizzero  Huldrych  Zwingli   del
settembre  1522, in E. Garin, La cultura del Rinascimento,  citato,
pagina 124.

(92).  Johan Huizinga (1872-1945), storico olandese, nel  1924-1925
scrisse un saggio fondamentale su Erasmo.

(93).  J. Huizinga, Erasmo, Mondadori, Milano, 1958, pagine  221  e
227.

(94).  Erasmo  da  Rotterdam  saluta Tommaso  Moro,  in  Erasmo  da
Rotterdam, Elogio della pazzia, citato, pagina 3.
